il cammino del pellegrino

Ogni anno la partenza per la ‘Ntorcia è fissata per l’ultimo fine settimana di maggio. La domenica precedente, il priore effettua la questua per le vie del paese, questua che verrà utilizzata per la realizzazione della torcia da donare a San Martino. All’alba del giorno della partenza, i fedeli raggiungono la Chiesa di San Leucio dove il prete celebra la messa. Al termine di questa, i pellegrini, per non voltare le spalle all’altare, escono dalla Chiesa all’indietro e, una volta fuori, attendono il priore preceduto dalla torcia e dalla croce che, da questo momento, guideranno il cammino di fede verso Fara San Martino.

La campana suona a distesa e la ‘Ntorcia inizia a muoversi lentamente accompagnata dal popolo e dal sacerdote verso l’Olmo di Sant’Antonio. Qui, anche oggi che l’olmo non c’è più, la ‘Ntorcia si ferma per ricevere la benedizione, dopo la quale, mentre il popolo e il sacerdote tornano in Chiesa, i pellegrini danno il vero inizio al proprio viaggio.

Dopo il ponte per Vallaspra, la ‘Ntorcia si ferma di nuovo per pregare. È quello, infatti, il luogo in cui San Martino, partito da Atessa per tornare al suo convento, piantò un ramoscello di ulivo. Oggi di quella pianta rimane soltanto un pezzo di tronco, affiancato da un nuovo ulivo piantato, come segno della continuità della devozione a San Martino, da Luzio Berardi. Dopo le preghiere di rito, il priore porge la croce ai pellegrini per farla baciare e aggiunge: “Chi di voi ha rancore con qualcuno di noi, chieda perdono, altrimenti il viaggio non gli giova. E’ meglio che se ne ritorni. Procediamo in pace. Evviva il glorioso San Martino”.

E il cammino riprende. Appena dopo la quercia i pellegrini si girano verso Atessa, proprio come fece San Martino quando si voltò per l’ultima volta ad ammirare la sua amata città. Il cammino riprende procedendo verso Archi. Ad un certo punto si arriva in un luogo dove si incrociano due mulattiere: quella che prosegue verso Tornareccio e quella, la principale, che prosegue verso Bomba. Proprio in questo punto vi è un mucchio di pietre accanto al quale fu piantata una croce (da qui il nome del luogo: Crocetta di Bomba). Qui la ‘Ntorcia sosta di nuovo per il suo rituale. Ripresa la via verso Fara San Martino, i pellegrini della ‘Ntorcia visitano le Chiese che incontrano lungo il loro cammino: le Chiese di Santa Maria del Popolo e di Sant’Antonio a Bomba, dei Santi Cosimo e Damiano a Roccascalegna, della Madonna de’Raccomandati a Gessopalena ed infine quella del Santissimo Salvatore a Civitella. In tutte queste Chiese i fedeli entrano in ginocchio intingendo il dito nella campanella del priore colma di acqua santa e, dopo le preghiere, escono a ritroso per non dare mai le spalle all’altare.

Nell’attraversare il Ponte del Mulino sull’Aventino, in ricordo di San Martino che dovette pagare l’attraversamento del fiume, ogni pellegrino deve offrire una moneta: due persone, dunque, con in mano un cappello, raccolgono ciò che ogni devoto offre. Il denaro raccolto, conservato dal priore lungo il cammino rimanente, verrà poi offerto durante la Messa nella Chiesa di San Pietro a Fara San Martino.

A Civitella, nella contrada Forcone, i contadini realizzano a terra delle croci di fiori campestri per invitare i pellegrini a chiedere la benedizione a San Martino anche per le loro colture. Al passaggio della ‘Ntorcia, tutti i civitellesi devono inginocchiarsi ed offrire del vino in assaggio poichè, secondo la credenza locale, in questo modo il vino nuovo sarà migliore del vecchio. Coloro i quali vanno in pellegrinaggio a Fara San Martino per la prima volta, inoltre, non devono guardare le gole di San Martino fino all’uscita dalla Chiesa di Civitella.

Giunti infine a Fara San Martino, i pellegrini erano soliti recarsi al monastero degli eremiti, luogo poi divenuto inagibile a causa degli straripamenti del fiume Verde; oggi, dopo la costruzione della Chiesa di San Pietro, i fedeli lasciano qui la ‘Ntorcia e gli altri doni, per poi recarsi attraverso il Vallone di Santo Spirito, al vecchio monastero, in seguito denominato “grotta” (luogo scelto da San Martino per vivere in comunione con Dio) e adempiere agli atti di fede.

Tornando alla Chiesa di San Pietro, si passa di nuovo per il Vallone di Santo Spirito, luogo in cui sorgono, disposte l’una di fronte all’altra, due pareti alte e lisce aventi due grossi buchi. Credenza vuole che San Martino abbia aperto questo varco con i suoi gomiti (ecco il perché dei due buchi) alla ricerca di un eremo.

Qui i pellegrini si mettono in ginocchio per pregare e raccolgono le cosiddette “cicelette di Sant Martine”, ovvero delle pietre piccolissime che verranno benedette durante la messa della domenica e dispensate ai bambini al ritorno ad Atessa. Queste pietre, inoltre, vengono sparse sulle colture come auspicio per una buona annata oppure ingoiate perché si crede che siano un rimedio contro il mal di pancia. Inoltre, una volta in questo luogo, i pellegrini che soffrono di coliche si rotolano sulle pietre della valle, proprio come dicono che facesse il Santo Eremita.

Dopo la cena (molto essenziale) i pellegrini si recano nella Chiesa di San Pietro che li ospiterà durante la notte: le donne e i bambini dormono sui banchi, gli uomini, invece, sul pavimento. Il mattino seguente, il suono della campana richiama tutto il paese e i pellegrini della ‘Ntorcia alla Santa Messa. Al termine di questa, durante la quale vi è anche la benedizione delle “cicelette” riposte nei fazzoletti aperti, si ode un lungo scampanellare e tutti i pellegrini si dispongono in due file, si inginocchiano e cominciano ad uscire dal luogo sacro all’indietro, per non voltare le spalle all’altare. Ad attenderli sulla porta vi è il priore con la campanella rovesciata colma di acquasanta: tutti intingono il dito, tracciano il segno della croce e fanno un inchino di riverenza. Con la canna con il giglio in mano al priore e la croce, i pellegrini riprendono la strada del ritorno. Giunta la ‘Ntorcia a Vallaspra, la campana di San Martino (che si trova a San Leucio) suona a distesa per avvertire il popolo atessano del suo rientro. I bambini corrono incontro ai pellegrini per chiedere le cicelette e con loro entrano a San Leucio. Si procede in ginocchio fino alla statua di San Martino e, dopo la benedizione che il sacerdote impartisce, tutti liberamente fanno ritorno alle proprie case.